Desidero condividere con voi un articolo che mi ha profondamente toccato e che racconta un momento importante della mia storia professionale. In queste righe, pubblicate su La Voce, il giornalista Alessandro Spanu ha saputo raccontare con attenzione, rispetto e sensibilità oltre quattro decenni di fotografia, di scatti, di sfide e di visioni che hanno accompagnato il percorso professionale .
Ringrazio sinceramente Alessandro per aver colto l’essenza di questo viaggio, per aver dato voce a pensieri, scelte e passioni che da sempre guidano il mio lavoro dietro l’obiettivo. La fotografia è qualcosa che va oltre l’immagine: è memoria, emozione, incontro umano. È un linguaggio che parla al cuore, e vederlo riconosciuto in un articolo di giornale è per me un vero onore.
Con gratitudine, condivido qui sotto l’articolo originale pubblicato su La Voce, perché possiate leggerlo nella sua forma e completezza.

Marco Goi, 42 anni dietro l’obiettivo: lo Studio Nadar si trasforma per una nuova visione autoriale
Dopo oltre quattro decenni di attività a Rivarolo Canavese, il fotografo inaugura una nuova fase del suo percorso professionale, dedicata alla fotografia autoriale e alla ricerca visiva
In un tempo dominato dalle immagini, in cui lo smartphone è diventato un’estensione dell’occhio, la fotografia professionale si trova costantemente a ridefinire il proprio valore. La moltiplicazione di scatti, filtri e illustrazioni generate dall’Intelligenza Artificiale ha reso l’immagine un prodotto di consumo immediato, mettendo a rischio la sua funzione di linguaggio espressivo. In questo contesto, il fotografo professionista resta una figura capace di dare senso e forma a ciò che osserva, un interprete che non si limita a documentare ma racconta, scegliendo di distinguersi.
La storia dello Studio Nadar – nome che omaggia Gaspard-Félix Tournachon (1820-1910), celebre ritrattista francese definito autore della “fotografia dell’anima” – è un percorso di oltre quarant’anni fatto di passione, tenacia e cambiamenti profondi.
Il protagonista è Marco Goi, ritrattista rivarolese che ha trasformato una scoperta infantile in una professione. A dieci anni trovò per caso, tra oggetti appartenuti al padre scomparso, una vecchia Agfa 6x9 a soffietto con l’attrezzatura per la stampa. Quel ritrovamento divenne una scintilla: «Ho capito che quella sarebbe stata la mia strada», racconta oggi Goi, ricordando come l’assenza del padre si sia trasformata in una presenza ispiratrice. A soli sedici anni iniziò a lavorare come fotografo di cronaca e sport.
Nel giugno del 1983 aprì il suo primo studio in via Ivrea 87, nel centro di Rivarolo Canavese. Di giorno scattava fotografie, di notte serviva al bancone del bar per sostenere il sogno appena avviato. La sua carriera si è sviluppata attraversando tutte le fasi dell’evoluzione del mezzo: dagli scatti con le prime macchine senza esposimetro alle Hasselblad e Zenza Bronica, fino al digitale.
Per Goi, l’innovazione è sempre stata una sfida naturale: «La fotografia evolve insieme alla società. Chi fotografa deve continuare a crescere e a guardare dove gli altri non vedono». Oggi, spiega, la difficoltà non è tanto la tecnologia quanto la visibilità: «Viviamo immersi in un flusso continuo di immagini. Il vero problema è distinguersi».
La risposta, secondo lui, è tornare al valore autoriale della fotografia, a un approccio personale che restituisca senso e autenticità all’immagine, in contrapposizione tanto alle fotografie seriali dei social quanto alle creazioni digitali dell’intelligenza artificiale.
Il passaggio al digitale non è stato immediato. «È stato faticoso, per non dire duro», ammette Goi, che ha dovuto apprendere un nuovo linguaggio tecnico e abbandonare i reagenti chimici a favore dello sviluppo dei file Raw. La vera svolta arrivò con l’introduzione delle Nikon D3 e D4, strumenti che lo convinsero definitivamente della potenza del nuovo mezzo. Pur legato alla pellicola, Goi riconosce al digitale una maggiore flessibilità e possibilità creative.
Nel corso della sua carriera ha spaziato tra diversi generi – matrimoni, ritratti, fotografia sportiva – ma la sua cifra più riconoscibile resta la delicatezza con cui ritrae i neonati. Un genere poco diffuso in Italia, che Goi ha esplorato studiando la tradizione anglosassone. I primi dieci giorni di vita sono, spiega, il momento ideale per realizzare immagini che conservano la naturalezza delle pose fetali. Gli scatti richiedono pazienza e preparazione: set costruiti in anticipo, accostamenti di colori curati e uso delle luci calibrato con precisione.
Il suo modo di lavorare con i bambini è basato sulla spontaneità: «Bisogna interagire, ma lasciarli liberi. A volte divento un buffone con la macchina fotografica, uso cappelli colorati o piccoli trucchi per farli sorridere», dice con semplicità.
Dopo quarantadue anni, Goi ha deciso di chiudere la sede storica in centro per aprire uno studio più grande, concentrato esclusivamente sull’attività creativa: «Chiudo il punto vendita ma non la mia storia. Voglio trasformare un punto d’arrivo in un nuovo inizio».
La nuova fase del suo lavoro guarda alla fotografia autoriale e a progetti di ricerca. «Rimarrò sempre un ritrattista, ma voglio dedicarmi anche a nuovi ambiti, continuando a raccontare il mondo attraverso la mia visione».
Il suo obiettivo, oggi come allora, è chiaro: «Essere utile alla società in cui vivo, raccontando la realtà con le immagini».
A quarantadue anni dall’apertura dello Studio Nadar, Marco Goi chiude un capitolo per aprirne un altro. Non cambia la sua identità, ma la prospettiva: quella di un fotografo che ha scelto di mettere la propria esperienza al servizio della comunità, trasformando ogni scatto in un modo per restituire senso, valore e memoria al territorio che lo ha visto crescere.



